Da queste parti - non lo nascondiamo - Papa Ratzinger è particolarmente apprezzato.
Tuttavia, sono sobbalzato quando ieri ho sentito i resoconti giornalistici di questo passaggio del Pontefice riguardo ai problemi relativi al lavoro in rapporto alla famiglia e ai giovani: «Quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso».
Tale ipersemplificazione di un problema così complesso mi ha francamente sorpreso - e un po' deluso.
Posto quindi volentieri quanto segue: non l'ho scritto io, ma avrei voluto.
"Sono una "precaria" anch'io. E capisco bene le preoccupazioni e le difficoltà che ci sono nel costruirsi una vita. Ma questa volta, dissento un po' dalle parole del Santo Padre. E' il "precariato" oppure il consumismo sul quale le giovani coppie impostano la loro vita che rende impossibile costruirsi una famiglia? Non siamo forse più attenti a spendere quei (pochi) soldi che abbiamo per cose non essenziali e superflue? E ancora, non è forse l'egoismo e l'individualismo che caratterizzano le nostre esistenze piuttosto che il precariato a impedire di farci una famiglia? Abbiamo perso quel senso di solidarietà e di aiuto fraterno che, ad esempio, qualificavano le famiglie fino a 40 anni fa, quando si viveva insieme e ci si aiutava a superare le difficoltà, anche economiche, che ben più di adesso la vita (rurale) e l'economia (prevalentemente agricola) di allora comportavano.
E allora, invece di continuare a lamentarsi, non sarebbe ora di farsi un esame di coscienza e vedere quali sono effettivamente le priorità di noi giovani precari? Non ci mancano vestiti firmati, macchine di grossa cilindrata comprate a rate, viaggi per le vacanze estive ed invernali, cellulari di ultima generazione e l'elenco potrebbe continuare. Invece, ci manca un senso di adattamento, una volontà di impegnarci seriamente; ci manca la capacità di superare le difficoltà insieme, la volontà di fare sacrifici per garantire continuità e stabilità sia alle nostre relazioni personali (come il matrimonio e le relazioni con genitori e fratelli) sia a quelle professionali; invece, è sempre più forte in noi il desiderio che siano sempre gli altri (i genitori, lo stato, il capo ufficio, i colleghi...) a risolverci i problemi. Quando ci sarà chiesto se e come saremo stati capaci di sfruttare i talenti che ci sono stati dati, non credo che verrà accettata la scusa "avevo soltanto contratti a termine” oppure “lo Stato non mi ha mai garantito un posto sicuro"... Anche perchè, il "posto sicuro e per tutta la vita", occorre definitivamente ammetterlo, non è più una realtà così diffusa come poteva essere negli anni '70 e '80.
Mi dispiace, ma una scusa così mi sembra troppo comoda e contraria all'etica e alla dottrina cristiana. Il fatto è che non siamo più disposti a fare certi lavori, che pretendiamo che, visto che abbiamo una laurea (e chi non la possiede oggi con questo sistema?) ci diano subito – e per sempre – lavori gratificanti, di potere... naturalmente, non siamo però disposti a spostarci, a lavorare più di otto ore al giorno, a lavorare il sabato, a spostarci all'estero, a collaborare con altri colleghi (magari più anziani, magari più bravi, magari non proprio simpatici) etc. etc.
Il problema, mi spiace dirlo, è nostro, della nostra mentalità, dei modelli di vita che vogliamo seguire, dell'incapacità di fare sacrifici e di credere che un figlio o un matrimonio si possano avere solo quando siamo in grado di avere tutti i mobili, la macchina adatta etc. etc.
Allora, anche il Santo Padre dovrebbe stare più attento e spiegarsi meglio quando tocca certi temi. E' ora che ciascuno, Chiesa compresa, si prenda le proprie responsabilità e capisca che anche la crisi delle famiglia è dovuto al fallimento della stessa pastorale cattolica, sempre più lontana dal portare Cristo ad ogni uomo e più attenta ad essere, invece, un soggetto politico. E' ora che la Chiesa sia più Chiesa e non solo i laici, ma soprattutto i consacrati e i sacerdoti ricomincino a svolgere seriamente e fedelmente la loro missione di portare Cristo e il Vangelo alla gente. E smetta di comportarsi in determinati modi solo per far felice questo o quello schieramento politico".
Nonostante le minacce di Pechino, Bush incontra il Dalai Lama. Tra parentesi, sembra che gli Usa siano gli unici a rispettare l'embargo contro il Myanmar (leggi qui), la cui giunta militare è coccolata sempre da Pechino. Vuoi vedere che perfino questa Amministrazione combina qualcosa di buono in politica estera?
Secondo un mio del tutto personale e assolutamente non scientifico sondaggio, un sacco di persone di sinistra che conosco non sono andate a votare alle primarie del Pd. In compenso, ci sono andate un sacco di persone di centro-destra - molte delle quali a votare Rosy Bindi (chissà perchè!?).
E' chiaro che i votanti alle primarie non saranno stati 3.4 milioni. Tuttavia, poichè in politica ormai conta molto (troppo) l'apparenza, gli artefici del Pd sembrano riusciti nell'intento di far apparire quello di domenica come un grande episodio di mobilitazione e partecipazione popolare.
Il risultato - l'elezione di Veltroni - era scontato; tutt'altro che scontata, invece, era l'insperata boccata d'ossigeno per il centro-sinistra derivante dallo strombazzato numero dei votanti. Chi nel centro-destra ha il coraggio, ora, di salire al Colle per pretendere elezioni anticipate?
Il Pd di Veltroni potrà dedicarsi, da oggi in poi, allo scientifico e mediatico logoramento del centro-destra di rito berlusconiano, che appare di colpo un po' vecchiotto.
E da questa parte del fiume che succede? 500.000 persone sabato hanno celebrato in piazza la ritualità identitaria della destra, con tanto di recupero di Alessandra Mussolini, di cui evidentemente si sentiva la mancanza. Più che una protesta contro il governo, sembrava un messaggio al Cav.
Di là i partiti si fondono, di qua si arroccano, e sotto sotto si guardano in cagnesco. Lunghi anni di opposizione si profilano all'orizzonte.
J.F. Kennedy è stato prima un eroe di guerra, poi senatore, poi ha vinto un premio Pulitzer con il libro Profiles in courage, poi è diventato presidente degli Stati Uniti spuntandola un’elezione serrata.
Gore è stato allevato per diventare presidente. Prima ha prestato servizio militare in Vietnam, poi è diventato senatore. Durante le primarie del 1992 il figlioletto Albert fu vittima di un gravissimo incidente stradale, e Gore si ritirò dalla campagna. Mentre suo figlio era ricoverato, scrisse il libro Earth in the Balance, sul tema della tutela ambientale, primo libro scritto da un Senatore, dopo Profiles in Courage, di J. F. Kennedy, a entrare nella lista dei bestsellers del New York Times. Dopo essere stato vicepresidente di Clinton, si è candidato alla presidenza, ed ha perso contro Bush un’elezione contestatissima sostanzialmente decisa da una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti. Sentenza che Gore accettò, accumulando un credito politico rimasto intatto – anzi aumentato – nel tempo.
In tutti questi anni, poiché un libro di successo l’aveva già scritto, Gore ha insistito nel suo incedere kennedyano, adattandolo alla moderna società mediatica. Non ha scritto un altro libro, ha fatto di meglio, ha vinto un Oscar con un documentario. E poi ha vinto un Nobel. Kennedy forse non avrebbe vinto un Oscar, ma un Nobel per la pace l’avrebbe sicuramente sì, se non l’avessero assassinato prima.
Chiaramente, il Nobel per Gore è quello giusto al momento giusto.
Il Nobel giusto? Che c’entra l’ambiente con il Nobel per la pace, direte voi. C’entra, invece, eccome.
L’utilizzo delle risorse del pianeta è decisivo per la pace (e la guerra). Alcune guerre per il controllo delle risorse energetiche si stanno combattendo già, come in Iraq. Altre sono alle porte, come in Iran. La Russia usa il gas come arma strategica. E poi c’è l’acqua. I più grandi fiumi dell’Asia (il Brahmaputra, l’Indo, il Mekong, lo Yangtse e il Fiume Giallo), nascono in Tibet, e la Cina ha la passione per la deviazione dei corsi dei fiumi (tra parentesi, il presidente cinese Hu Jintao ha un dottorato in ingegneria idraulica), e l’India e gli altri paesi asiatici ne sono molto preoccupati.
Insomma, l’ambiente con la pace c’azzecca eccome. A Gore hanno dato il Nobel giusto. E per di più nel momento giusto, al via della campagna presidenziale americana, quel rito straordinario che si compie in America ogni quattro anni, che influenza per i successivi quattro anni per tutto il mondo, ma al quale il resto del mondo, ovviamente, può solo assistere come spettatore.
Nel 2004, era palpabile la frustrazione delle élite benpensanti europee di fronte all’inevitabile vittoria di Bush. La preferenza smaccata data a Kerry dai mass-media del Vecchio Continente era il patetico sintomo di frustrazione di chi non può fare ciò che se meglio fare ogni giorno nel proprio Paese, ovvero influenzare l’esito del voto, con buona pace di ogni principio di obiettività giornalistica.
A Oslo devono aver pensato che questa volta, all’inizio della corsa per la Casa Bianca, si poteva fare qualcosa per mandare un messaggio all’America, se non per entrare a gamba tesa nella campagna presidenziale.
Dopo il Nobel, Gore ha le carte per raccogliere il consenso di tutto il campo non repubblicano. Può piacere ai clintoniani, perché non li costringe a votare l’insopportabile moglie. Da ex vicepresidente, è sicuramente più presidenziale di Obama, che cambia idea ogni tre per due, ed ancor più Hillary, che ogni volta che ha tentato di impicciarsi nell’amministrazione del marito ha fatto solo disastri – vedi la riforma del sistema sanitario. Può piacere ai liberal più liberal: il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente gli è valso un Nobel! È un grande americano, perché non si è fatto trascinare dalla faziosità politica, quando, con il pasticcio elettorale della Florida era a rischio la funzionalità del sistema.
Insomma, se Gore decide di candidarsi (ha negato più volte, ma del doman non v’è certezza…), ora, dopo il Nobel, ha ottime possibilità di aggiudicarsi la nomination. E deve quindi ringraziare la giuria di Oslo per l’aiutino.
Resta un però. Ovvero, che gli europei non capiscono quasi nulla di politica statunitense. Quando puntano su un candidato, non ci beccano quasi mai. E quindi, l’endorsement per Gore dell’accademia di Oslo potrebbe rivelarsi l’ennesima scommessa per il cavallo sbagliato.
A "8 e mezzo" Dini praticamente sfiducia il governo, che, secondo lui, in base ai sondaggi è in crisi irreversibile.
Dini è senatore, e al Senato il governo può cadere per un soffio di vento. Quindi, siamo nelle mani di Dini. Quando si dice il nuovo che avanza.
Subito dopo, il direttore di "Europa" dice in sostanza che ci vorrebbe la Grande Coalizione. Ferrara gli fa notare che la stessa cosa la disse Sartori la sera dello scrutinio elettorale, e un paio di giorni dopo il Cav., ovviamente inascoltati.
Fremito di imbarazzo. Netta la sensazione che l'Italia abbia in sostanza perso un anno e mezzo (dalle elezioni ad oggi) per niente, anzi, non per niente: per consentire la creazione del Pd. Bella roba. E a destra?
"Non dimentichiamo che il cosiddetto "metodo della concertazione", tanto sbandierato nella campagna elettorale del 2006 da Romano Prodi, sostituendo l'accordo alla legge, presuppone la centralità dell'esecutivo rispetto al Parlamento. Così, all'assemblea politica viene sottratta la materia dei rapporti di lavoro e dell'assetto amministrativo dello Stato". Così dice Cossiga nel libro citato al post precedente.
Il protocollo sul welfare rischia di provocare un cortocircuito istituzionale. L'accordo segna il "trionfo" della concertazione, ed il rafforzamento dell'esecutivo sul Parlamento, come dice Cossiga. Si tratta di un'ulteriore conferma del fatto che il sistema segue dinamiche diverse rispetto all'originario disegno costituzionale, fondato sulla centralità del Parlamento. Le pretese della sinistra estremista (e, per altri motivi, di Dini, nonchè dell'opposizione, che sicuramente voterà contro) di cambiare il protocollo segnano dal punto di vista istituzionale il tentativo (fuori tempo massimo?) da parte del Parlamento di recuperare parte del proprio ruolo. Ma se la sinistra estremista riuscirà nel suo intento, si tratterà di fatto un "commissariamento" di Prodi. E qualora i referendum dei lavoratori promossi dai sindacati respingessero il protocollo, sarebbe semplicemente un disastro per la rappresentatività dei sindacati che lo hanno sottoscritto.
Eh sì, sarà un autunno caldo. Si rischia un déjà vu dell'ottobre 1998, quando il governo Prodi I cadde perchè gli mancò l'appoggio di Rifondazione. Chi di conertazione ferisce...
Torno anch'io. Vediamo come va
Il Presidente della Repubblica Napolitano ha concesso la grazia a Ivan Liggi, poliziotto che era stato condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione per aver ucciso Giovanni Pascale, un automobilista che nel 1997 a Rimini tentò di sfuggire al controllo di polizia, e a Salvatore Piscitello, anziano medico in pensione, condannato a oltre 6 anni di reclusione per aver ucciso il figlio autistico, dopo averlo assistito per oltre quarant'anni, esasperato dall'impossibilità di gestirne l'assistenza e dai gravi atti di violenza compiuti dal giovane nei confronti dei familiari (fonte: Corriere della Sera).
I due provvedimenti di clemenza intervengono su due vicende assai diverse tra loro, ma sembrano accomunati da una tempistica tutt’altro che casuale.
La domanda di grazia di Liggi era accompagnata da migliaia di firme di cittadini, e sostenuta in senso bipartisan anche da parlamentari e da diversi Consigli comunali e provinciali dell’Emilia Romagna, ed il suo accoglimento giunge mentre i sindacati di polizia sono in piazza per protestare contro la finanziaria e i tagli al bilancio per la sicurezza.
La grazia a Piscitello riguarda invece una vicenda estremamente dolorosa, una tragedia famigliare riguardo alla quale è assai arduo individuare il giusto equilibrio tra giustizia, equità e legalità, e viene annunciata mentre un ministro della Repubblica, Emma Bonino, è in sciopero della fame per sostenere la richiesta di eutanasia di Piergiorgio Welby.
Insomma, è inevitabile pensare che il Presidente della Repubblica abbia inteso, con i due provvedimenti di clemenza, non solo incidere sulle specifiche situazioni dei condannati, ma anche lanciare dei segnali di vicinanza sia a coloro che vestono la divisa per difendere le istituzioni e la legalità, sia a coloro che vivono sofferenze indicibili dinanzi alle quali la coscienza si interroga in maniera drammatica.
La tempistica potrebbe anche essere del tutto casuale, ovviamente; di solito, però, al Quirinale sono molto attenti allo scenario politico generale.
Ma se con i provvedimenti di clemenza il Capo dello Stato avesse davvero inteso lanciare messaggi che vanno al di là dei casi specifici e delle singole vicende processuali e umane, e così inserirsi in dibattiti di portata generale (seppur delimitata agli specifici ambiti tematici), chissà cosa ne penserebbero quei giudici della Corte Costituzionale che nella sentenza Bompressi hanno detto sì che il potere di grazia è prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica, chiarendo però che esso rinviene la sua ratio nella sua finalità «umanitaria ed equitativa» che è quella di «attenuare l’applicazione della legge penale in tutte quelle ipotesi nelle quali essa viene a confliggere con il più alto sentimento della giustizia sostanziale».
Insomma, secondo la Consulta la grazia dovrebbe essere potere straordinario, per casi particolari, vicende specifiche. Non dovrebbe intervenire – né sembrare intervenire – su temi di dibattito politico. Ma si sa, nello Stato di diritto anche la prassi (pure quella extra-ordinem) ha la sua rilevanza…
La polemica sui presunti brogli alle ultime elezioni, rilanciata da sinistra dal docu-video di Enrico Deaglio, si stava un po' affievolendo, complici anche il malore di Berlusconi, nonchè oggi la visita del Papa in Turchia, che hanno pressochè monopolizzato l'attenzione dell'opinione pubblica.
A rivitalizzare la questione, arriva ora la notizia (vedi il sito di Repubblica.it) secondo cui Deaglio è indagato per "diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico".
Insomma, il direttore di "Diario" passa in un batter d'occhio da indagatore a indagato.
La notizia segue quella (vedi sempre il sito di Repubblica.it) secondo cui la procura medesima esclude il riconteggio delle schede "bianche" - che pure era stato richiesto, proprio sulla base della "denuncia" di Deaglio, da un ministro dell'attuale governo, Di Pietro (vedi tiscali.notizie) - al quale forse non hanno spiegato che un eventuale riconteggio potrebbe anche portare al rovesciamento del risultato delle elezioni...
Vedremo come andrà a finire.
Rimane sin d'ora una punta di amarezza.
Una volta giustamente smentito Deaglio, calerà di nuovo (e forse definitivamente?) il sipario sul possibile "effetto collaterale" del suo dvd: il riconteggio.
Con buona pace di coloro che vorrebbero che, in democrazia, la legittimazione dei governanti si basi sull'assoluta trasparenza del risultato elettorale.
Il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga si è dimesso da senatore a vita.
Cosa non da poco, considerando che il governo al Senato sopravvive solo grazie ai laticlavi vitalizi.
Orbene, le dimissioni di Cossiga stanno già facendo rumore, e c'è chi - come Fiorello - propone in sua sostituzione Mike Bongiorno.
Vi è da considerare, però, che è ben la seconda volta che Cossiga si dimette da senatore a vita. E, nonostante ciò, è ancora al suo posto.
Le prime dimissioni sono state infatti respinte dal Senato della precedente legislatura nella seduta del 19 giugno 2002, con 165 voti contrari alle dimissioni.
Già, perchè anche ai senatori a vita si applicano le regole per i senatori elettivi, e quindi è riservata all'Assemblea la facoltà di accettare o respingere le dimissioni. Per di più a voto segreto, trattandosi di votazione che riguarda le persone. Per ogni approfondimento, leggete l'interessante articolo di Luigi Ciaurro, docente presso la LUMSA di Roma.
Ecco quindi, che l'annuncio di Cossiga si rivela per quello che è, ovvero una "pannellata", una provocazione.
Non a caso, Cossiga ha dichiarato all'Ansa: "Sono tranquillo perchè, estraneo come sono da politico della prima Repubblica all'atmosfera ed ai giochi della transizione infinita, la mia scomparsa dal Senato non ha alcuna rilevanza. Perchè a differenza degli altri colleghi senatori a vita non ho la loro autorità e autorevolezza politica, culturale e professionale".
Insomma, visto che non conto nulla, mi dimetto (per ulteriori motivazioni sulla convinzione di Cossiga di non contare nulla in senato, anzi, di essere "preso per i fondelli", leggete l'articolo sul Corriere della Sera online).
Messaggio perfettamente bipartisan: inviato sia all'opposizione, che attacca il ruolo dei senatori a vita quali "stampelle" del governo, ruolo decisivo che non dovrebbero avere in quanto non democraticamente eletti; ma allo stesso tempo inviato anche al Governo ed alla maggioranza che lo sostiene, che, nella gestione dei lavori dell'Assemblea sembra - se interpretiamo correttamente le parole di Cossiga - considerare i senatori a vita utili solo per votare la fiducia.
Geniale, Cossiga. Che ciclicamente, riesce a catalizzare l'attenzione politica del Paese. Tenete presente, che si è sempre vantato di aver orchestrato lui il governo D'Alema che sostituì Prodi la prima volta...
Il messaggio è chiaro: signori della maggioranza (e della minoranza), visto che secondo Voi non conto nulla, mi dimetto, e vedetevela tra Voi. E visto che sicuramente respingerete le mie dimissioni, allora avrò un'ottima scusa per "auto-sospendermi", o comunque per starmene a casa per protesta contro la Vostra decisione.
Nessuno potrà quindi accusarlo di nulla. Nè di aver votato contro il governo Prodi, nè di averlo sostenuto fino in fondo.
Geniale Cossiga. Se non lo fosse già, bisognerebbe farlo senatore a vita.
Secondo il Presidente del PPE Wilfrid Martens, senza un nuovo partito politico di centro non è possibile per An entrare nel PPE. Quest'ultimo, infatti, non vuole cooperare "né con l'estrema sinistra né con l'estrema destra". Per entrare nel PPE, dice Martens, bisogna accettarne i principi ed il suo programma di base.
Certo, si tratta solo di un'opinione di chi a suo tempo era contrario anche all'ingresso di Forza Italia - come dice seccamente il leader di An cercando di minimizzare - ma è pur sempre un'opinione autorevole.
Anzi, una vera e propria bocciatura - per ora - per An (e per Fini).
Insomma, nonostante le uscite sul referendum sulla procreazione assistita, sulle quote rosa, sul voto agli immigrati, sul Corano a scuola, e, soprattutto, dopo più di un anno di Fini alla Farnesina (per di più con buoni risultati riconosciuti più o meno da tutti), il restyiling di An a livello europeo non è riuscito. E non solo agli occhi degli europei di sinistra, ma nemmeno di coloro che dovrebbero essere, a livello europeo, gli alleati.
Chissà se l'uscita di Martens convincerà Fini che uno solo è il modo per portare davvero a compimento l'evoluzione di An in corso (almeno in una sua parte, e sotto la regia di Fini) ormai da anni: un vero e proprio Congresso, che sancisca un'ulteriore svolta, e ponga davvero le basi per un ingresso nel PPE.
Anche a costo di fare un nuovo partito. Una vera, nuova ALLEANZA NAZIONALE.
Speriamo. Ma - per ora - temiamo di no.
Quando ho sentito Prodi commentare i risultati del voto in Molise dicendo "non è un problema nazionale, è un problema del Molise", ho pensato che forse, nell'ottica delle relazioni Stato centrale-Regioni, non si trattava proprio della più felice delle dichiarazioni, ma che in fondo in fondo, così, a caldo, nel contesto della dialettica politica, ci poteva anche stare.
Leggete però il messaggio che Prodi ha inviato al riconfermato presidente della Regione Molise, senatore Michele Iorio, che si può leggere sul sito www.governo.it: "Caro presidente, nell'augurarle buon lavoro per quanto saprà fare alla guida della Regione Molise, le confermo l'impegno economico e politico che il Governo, attraverso la Legge Finanziaria, intende adottare per la ricostruzione delle zone terremotate del territorio, insieme ai provvedimenti riguardanti lo sviluppo e il rilancio del Sud.
Il Molise ha bisogno di crescere e di essere messo nelle condizioni di farlo e per questo c'è bisogno dell'impegno di tutti, anche di quei numerosi cittadini che - purtroppo - non hanno partecipato alla consultazione elettorale lanciando un nuovo monito alla politica su cui è opportuno riflettere".
Insomma, caro Iorio, non festeggiare troppo, tu che governi l'ininfluente Molise, ed hai vinto per merito dell'astensionismo.
A me sembra una clamorosa violazione delle più banali regole di galateo istituzionale.
Appare evidente che Prodi non considera il ruolo di Presidente di Regione, (e per di più della Regione Molise!) nemmeno avvicinabile al suo olimpico livello di Presidente del Consiglio dei Ministri, altrimenti non avrebbe messo per iscritto un commento del genere, quantomeno per il gusto della diplomazia.
Un consiglio per Prodi: la prossima volta, si limiti alla classica telefonata.
Un altro soldato di pace è caduto. Un altro operatore di pace italiano ha perso la vita in Afghanistan: il caporal maggiore Giorgio Langella.
I talebani hanno colpito i soldati italiani proprio oggi, quando alla Camera riprende la discussione per la conversione del decreto legge con cui il governo di centro-estrema-sinistra ha spedito soldati italiani in Libano a fare non si sa bene che cosa (anche se sembra che l'unica cosa giusta, ovvero disarmare Hezbollah, non sia contemplata).
Chissà, forse è solo una coincidenza.
Leggete l'intervista rilasciata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al francese "L'Express", oggi pubblicata su Repubblica.
Leggetela. E' molto istruttiva.
E lasciamo perdere ogni considerazione sul fatto che il Presidente della Repubblica rilasci delle interviste. Se possa farlo o non possa farlo, se debba farlo o se non debba farlo - interrogativi che attengono al ruolo istituzionale del Presidente della Repubblica stesso, questione annosa e complicata.
Lasciamo perdere. Leggete l'intervista, e fatevi la vostra idea.
Un solo rilievo.
Napolitano, nell'intervista, dice di voler favorire "il disgelo" (termine che sa tanto di guerra fredda) tra opposte le parti politiche.
A questo punto, gli intervistatori chiedono a Napolitano se Berlusconi ha qualche responsabilità nel clima che si è creato negli ultimi anni in Parlamento ("la maggioranza" dice Napolitano "mancava totalmente di spirito di apertura, non cercava minimamente di comprendere le posizioni dell'opposizione").
Gli intervistatori - dicevamo - chiedono a Napolitano se Berlusconi ha qualche responsabilità in tutto ciò.
Napolitano risponde secco: "Non voglio esprimere giudizi su Berlusconi".
Dopo un po', i giornalisti chiedono a Napolitano un giudizio su Romano Prodi.
Napolitano risponde che una delle qualità di Prodi "è la pazienza: egli è capace di mettere d'accordo le persone, e questo può essere un atout importante su questa situazione".
Leggetevi l'intervista.
Io mi domando solo: può favorire "il disgelo" un'intervista così?